Voglia d’impresa Fare impresa è la strada maestra per creare lavoro

Voglia d'impresa

Tanti danno i numeri, ancora pochi il dato.

La marea di disoccupati e la moria delle imprese stanno a testimoniare il fallimento disastroso della cultura della dipendenza.

La scuola deve smettere di inculcare nei giovani l’idea che si andrà a lavorare per qualcuno.

Si va a lavorare per realizzare qualcosa e questo qualcosa si ottiene anche tramite il lavoro indipendente come alternativa al lavoro salariato perché il lavoro non è più tanto quello che si ha (il posto), quanto quello che si fa (l’attività lavorativa vera propria).

Quando però il pubblico invece di risolvere i problemi crea dipendenza, i dipendenti pubblici, le cose per il lavoro si complicano assai.

Se non si estirpa lo stereotipo in base al quale lo Stato deve garantire – direttamente o indirettamente – un posto di lavoro, non faremo altro che alimentare false aspettative, aggiungere disoccupati a disoccupati e, per questa via, estendere l’ingiustizia sociale.

Ma l’impegno e la fatica di tutti i giorni sono stati mortificati dai politici che non hanno mantenuto nessuna delle promesse liberali fatte all’elettorato.

Nell’economia reale non può più essere lo Stato a dare lavoro o a creare lavoro.

Da questa crisi non se ne esce per tornare dove si era prima. Ha smascherato le politiche collettiviste che ci hanno portato alla bancarotta, il pubblico non è più la soluzione, e la crescita non si può più falsificare con politiche deficitarie illiberali, ma proviene dall’impresa, dal fare impresa che è sempre la strada giusta per creare occupazione.

Non bisogna mai stancarsi di ripetere che il fare impresa è la strada maestra per creare lavoro.

Ogni impresa privata è parte di una ricchezza comune, costituisce un pezzo di benessere sociale del Paese.

Dalla salute delle nostre imprese dipende la possibilità di creare lavoro e occupazione, di garantire dignità alle famiglie, di assicurare istruzione e futuro ai nostri figli.

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Controinformazione Come fa il Paese ad andare avanti se le persone rimangono indietro?

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I lavoratori che hanno frequentato la formazione migliore, hanno più probabilità di guadagno, vivono in quartieri migliori, risparmiano di più per la pensione e addirittura corrono meno rischi di cadere in depressione.

La maggior parte dell’apprendimento (ben il 90%) avviene on the job, ovvero sul luogo di lavoro, e solo in misura minore (10%) durante corsi di formazione formali.

la formazione è l’imperativo di una vita, un fattore di libertà, ma quella che conta è ancora riservata a pochi.

L’Italia ha uno spread formativo che ci relega agli ultimi posti in Europa.

Investe meno della Spagna e neanche la metà della Francia in formazione continua.

Nemmeno un Meuro all’anno per la FC, di cui la metà Fondi interprofessionali.

Solo 6 adulti su 100 partecipano ad attività formative.

Neanche una PMI su due fa formazione.

Buona parte del FSE dirottato su politiche passive.

ITS concentrati in poche regioni.

IeFP ordinamentale, ma subalterna sia alla scuola che al lavoro.

Ogni 100 contratti di lavoro solo 2 sono di apprendistato.

Passa dal centro per l’impiego appena il 2,6% dei nuovi assunti.

LEP inapplicati con buona pace degli articoli 117 e 118 della Costituzione.

Diamo tutte le colpe ai politici, agli economisti, ai burocrati – per niente innocenti – e non ci accorgiamo che la formazione nella sua essenza liberatrice, nella centralità assegnata all’individuo e ai valori universali dell’uomo, è in una crisi profonda.

Ma come fanno le persone ad andare avanti se la formazione resta indietro?

Come fa il Paese ad andare avanti se le persone rimangono indietro?

Il deficit formativo non è mai solo una questione intellettuale, ma implica sempre gravi conseguenza politiche ed economiche, e oggi lo vediamo più che mai.

La risposta è che per quanto sia difficile da quantificare, c’è un collegamento evidente tra le conoscenze e le competenze con cui si lavora e la vitalità di un Paese.

In altre parole: la formazione è giusta? Paese al top.

Ecco perché un servizio formativo in grado di offrire alle persone gli strumenti per affrontare un futuro più che mai incerto è il cuore della nuova formazione da fare, affinché il Paese torni a investire su sé stesso, sui suoi cittadini.

Oltre la crisi, infatti, si delineano le grande sfide economiche, sociali, culturali, tecnologiche che vedono le imprese dei servizi formativi e i formatori protagonisti di una fase di profonda trasformazione per produrre ricchezza, benessere economico e sociale.

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